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Associazione Giovani Diabetici (CS) |
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WEBMASTER Aldo Perrone Visitor n. |
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ULTIMI ARTICOLI |
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Spagna:I primi progetti di ricerca di clonazione terapeutica | |
Tre gruppi di ricercatori spagnoli sperano molto nella prossima approvazione della legge di ricerca biomedica per poter avviare i loro progetti basati sulla clonazione terapeutica o trasferimento nucleare. Si tratta degli stessi centri che hanno ottenuto le prime autorizzazioni per fare ricerche sugli embrioni: i centri di medicina rigenerativa di Valencia, Catalogna e Andalusia. Lo studioso Juan Carlos Izpisùa e\' stato il primo ad annunciare che e\' necessario ricorrere a queste tecniche per sviluppare il progetto avviato nel Centro di medicina rigenerativa di Barcellona. Il suo obiettivo e\' quello di elaborare nuove vie di cura incentrate sulla rigenerazione del cuore. Uno degli aspetti polemici del suo progetto e\' l\'uso delle tecniche di clonazione per ottenere, a partire dalle cellule di un malato, un embrione uguale. Anche se quest\'embrione non verrebbe mai impiantato in una donna e servirebbe solo per ricavare cellule cardiache da utilizzare su pazienti con infarto grave.Il laboratorio andaluso di Terapia Celular, diretto da Bernat Soria, ha concentrato i suoi sforzi sugli studi del diabete. Il laboratorio ha elaborato un metodo per ottenere “isolotti” pancreatici, cellule capaci di produrre e liberare insulina in modo regolare, a partire da cellule embrionali umane. In teoria, l\'impianto di questi isolotti permetterebbe ai diabetici di fare a meno delle iniezioni giornaliere d\'insulina. Tratto da NOTIZIARIO CELLULE STAMINALI Notiziario quattordicinale sulle politiche per la clonazione terapeutica Edito dall\'Aduc - Associazione per i diritti degli Utenti e Consumatori Redazione: Via Cavour 68, 50129 Firenze Tel. 055.290606 - Fax 055.2302452 URL: http://staminali.aduc.it - Email: staminali@aduc.it | |
Trapianti di pancreas | |
Segnaliamo un pregevole articolo- intervista al dott. Roberto Verzaro, responsabile del programma trapianto di pancreas e rene-pancreas dell\'IsMeTT di Palermo Il trapianto di pancreas isolato Nuove notizie: http://www.portalediabete.org/notizie/2006/marzo/indice_marzo.html Tratto da Potale diabete.org | |
Consegnata il misuratore dell'emoglobina glicosilata all'ospedale civile dell'Annunziata (03/03/2006) | |
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Glucometri infreddoliti | |
(16/01/2006 – Tratto da Panorama Santé) In questo periodo invernale, l\'AFSSAPS( Agenzia Francese per la sicurezza dei presidi per la salute)ha voluto ricordare che i glucometri,le strisce reattive e le soluzioni di controllo sono sensibili al freddo e all’umidità. Bisogna evitare esposizioni prolungate ad una temperatura inferiore a 4°C onde evitare probabili errori di lettura. L\'ideale sarebbe di trasportare tutto il materiale in una borsa isotermica e di lasciarlo per un po’ di tempo a temperatura ambiente prima del suo utilizzo. Un’unica parola d’ordine : in inverno,bisogna assicurarsi dei controlli glicemici al riparo da freddo e umidità, avendo cura prima dei controlli di lavarsi le mani con acqua calda al fine di assicurare una buona circolazione del sangue. URL: http://afssaps.sante.fr/htm/10/froid/froid1.htm | |
Troppi medici restii nel prescrivere insulina | |
Molti medici indugiano a prescrivere farmaci o insulina nei pazienti con diabete di tipo 2 il più a lungo possibile, come lo dimostra un recente studio internazionale. Questo è deleterio per questi pazienti, fa notare l’autore, il dott. Mark Peyrot, perché un buon controllo glicemico è essenziale per prevenire le complicazioni. Il diabete di tipo 2 è progressivo, e se la dieta e l’esercizio fisico aiutano, molti pazienti avrebbero necessità di farmaci, inclusa l’insulina, per un controllo glicemico ottimale. I medici, in genere, sono poco inclini a prescrivere farmaci, e più spesso tendono ad enfatizzare metodi che non ottengono poi i risultati sperati. Lo studio, finanziato dalla Novo Nordisk, ha monitorato 3790 medici in 13 paesi e 2061 pazienti diabetici di tipo 2 non trattati farmacologicamente. Circa la metà dei medici interpellati avrebbero deciso di trattare farmacologicamente i loro pazienti meno disciplinati, mentre gli altri avrebbero rinviato ulteriormente l’ assunzione di insulina, prescritta solo se assolutamente necessaria. I pazienti invece, sono spesso spaventati dall’insulina, ma devono capire che si tratta di un farmaco molto efficace con pochi effetti collaterali. Lo scopo dovrebbe essere di abbassare i livelli di glucosio nel sangue, qualunque siano le strategie usate: questo è ciò che i pazienti dovrebbero pretendere dai loro medici. Fonte: Diabetes Care, Novembre 2005. Traduzione effettuata da Marra Ginette | |
Diabete, successo per il primo trapianto combinato di staminali | |
È stato effettuato, per la prima volta al mondo, un trapianto combinato di cellule staminali prelevate dal midollo osseo insieme con cellule del pancreas, su una donna italiana di 44 anni affetta da diabete... È stato effettuato, per la prima volta al mondo, un trapianto combinato di cellule staminali prelevate dal midollo osseo insieme con cellule del pancreas, su una donna italiana di 44 anni affetta da diabete. L\'intervento è stato effettuato all\'università di Miami da un team di medici italiani coordinati dal dottor Camillo Ricordi. A due mesi dal trapianto i parametri biologici della donna sono stati definiti ottimi: la glicemia, ha spiegato Ricordi, si è normalizzata e stabilizzata. fonte: www.freenfo.net | |
DIABETE, COLTIVATE IN PROVETTA FABBRICHE INSULINA | |
ANSA) - ROMA, 26 SET - Creata una riserva di cellule umane produttrici di insulina che potrebbero essere trapiantate per curare il diabete giovanile (di tipo I), rivoluzionando la terapia di questa malattia autoimmune. Il risultato, che potrebbe permettere di aggirare il problema della scarsita\' di donatori, oggi il principale ostacolo ai trapianti, e\' stato ottenuto negli Stati Uniti dal gruppo di Ji-Won Yoon, della Chicago Medical School. Secondo quanto riportato sulla rivista Nature Biotechnology, questa riserva di cellule umane da usare per il trapianto e\' stata gia\' testata con successo sui topi. Il diabete giovanile e\' una malattia autoimmunitaria in cui l\'individuo perde la capacita\' di produrre insulina perche\' il suo sistema immunitario distrugge il tessuto deputato a questo compito, ovvero le beta-cellule che formano le insule del pancreas. Oggi la maggior parte dei pazienti si cura autosomministrandosi insulina, ma i ricercatori sono da anni al lavoro per ovviare a questa dipendenza farmacologica che a lungo termine non e\' peraltro scevra da complicanze. Uno dei modi per sottrarsi alla schiavitu\' dell\'insulina e\' il trapianto delle insule, oggi prelevate da cadavere. Ma la scarsita\' dei donatori non ha finora fatto decollare questa pratica che sarebbe in gran parte risolutiva. Cosi\' da tempo i ricercatori di tutto il mondo si sono impegnati alla realizzazione di linee cellulari produttrici di insulina, purtroppo fino ad oggi con scarso successo perche\' in ogni tentativo le cellule prodotte o morivano dopo un po\' o perdevano la capacita\' di produrre e rilasciare insulina in risposta allo stimolo del glucosio. I ricercatori Usa, partendo da cellule beta umane, ci sono riusciti per la prima volta. In un primo momento i ricercatori hanno manipolato geneticamente le cellule beta umane introducendo in esse dei geni capaci di aumentarne la sopravvivenza. Quindi hanno espanso queste colture cellulari e hanno isolato quelle rare cellule che, dopo le modifiche genetiche, non erano diventate cancerogene e non avevano perso la capacita\' di comportarsi a tutti gli effetti come beta cellule, ossia di produrre insulina e altre sostanze per le quali sono specializzate. Poi i ricercatori hanno espanso queste cellule e infine hanno eliminato i geni \'allunga-vita\' per farle ritornare normali a tutti gli effetti. Le cellule cosi\' ottenute hanno dimostrato capacita\' di sopravvivere e di produrre il 40% in piu\' di insulina rispetto alle beta-cellule normali. Inoltre, trapiantate in topolini diabetici, hanno regolato la loro glicemia per oltre 30 settimane. Per quanto prima di trapiantarle nell\'uomo ci sia bisogno di ulteriori studi, concludono gli esperti, queste linee cellulari potrebbero essere risolutive contro la malattia.(ANSA). | |
SI RACCOLGONO ADESIONI PER PROPORRE UNA LEGGE CHE | |
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Diabete di tipo 1 : alcool alla sera, ipoglicemia del giorno dopo | |
Anche modeste quantità di alcool nel corso della cena serale aumentano il rischio di ipoglicemie l’indomani mattina nel diabete di tipo 1, secondo uno studio pubblicato nella rivista \"Diabetes Care\". L\'alcool ha un effetto ipoglicemizzante rapido ma ciò che non si sapeva bene, è che ha un effetto prolungato nel tempo, e aumentare dunque il rischio di ipoglicemie anche dopo molte ore. Per dimostrarlo,il Dr Tristan Richardson, dell’ospedale reale di Bournemouth ed i suoi colleghi britannici, hanno confrontato il tasso di glicemia nel sangue misurato in modo continuativo su 16 pazienti diabetici di tipo 1 che avevano consumato vodka (0,85g/kg) e succo d’arancia, o solo succo d’arancia. I pazienti che hanno consumato alcool presentavano due volte più ipoglicemie nel corso delle 24 ore seguenti l’ingestione di alcolici, rispetto a coloro che hanno bevuto il succo d’arancia liscio. Di fatti, l\'alcool può essere associato ad ipoglicemia i molti modi : \"Innanzitutto, ingerire piccole quantità di alcool può alterare la capacità dei pazienti nel sentire l’arrivo di una crisi ipoglicemica ad uno stadio in cui possono ancora agire, ad esempio mangiando dello zucchero\", spiegano gli autori. \"Poi, l’ipoglicemia in se può essere confusa da chi sta accanto al paziente con un intossicazione alcolica, e ciò può avere conseguenze sia sulla salute che conseguenze legali.\", aggiungono. \"Infine, alcuni studi hanno dimostrato che l’alcool altera direttamente la risposta ormonale di contro regolazione alle ipoglicemie\". L\'alcool sarebbe anche responsabile nel aggravare i deficit cognitivi associati all’ipoglicemia. (Diabetes Care, Luglio 2005 ; vol. 28 : p.1801-1802) | |
Norme per la protezione dei soggetti malati di celiachia | |
la celiachia è un argomento che, purtroppo, riguarda da vicino molti di noi. Per questo volevo segnalarvi la nuova Legge 4 Luglio 2005, n.123 \"Norme per la protezione dei soggetti malati di celiachia\" ( http://www.progettodiabete.org/leggi/r76.html) Il testo è stato pubblicato, oltre che su PD, anche sul sito www.celiachia.it | |
Allattamento e diabete | |
L’allattamento materno per un bimbo nato da madre diabetica aumenta il rischio di sovvrapeso in quanto dose-dipendente ma soltanto nella prima settimana di vita, secondo uno studio tedesco. Il Prof. Andreas Plageman della facoltà di medicina della Carità a Berlino ed i suoi colleghi precisa che questi hanno un rischio più elevato di intolleranza al glucosio e di obesità. \" Recentemente, abbiamo osservato che l’ingerire latte materno di una madre diabetica durante la prima settimana di vita poteva essere causa dell’obesità durante l’infanzia.” In questo studio, gli autori si sono soffermati sull’allattamento tra la seconda e la quarta settimana dalla nascita e sulla prima infanzia, e sul relativo peso di 112 neonati e la loro tolleranza al glucosio durante le fasi di crescita. Ne risulta che l’allattamento esclusivamente al seno appare associato ad un aumento ponderale importante durante l’infanzia. I figli di madri diabetiche hanno così un rischio maggiore di obesità. La durata dell’allattamento è associata al relativo peso del bambino e alla sua tolleranza al glucosio, misurata con un test iperglicemico effettuato per via orale . Tuttavia se si evita il consumo di latte materno durante la prima settimana di vita del bambino, non vi è più nessun legame tra il tipo di alimentazione più tardivo ( nutrito esclusivamente , parzialmente o per niente al seno) e la sua durata. Così, la prima settimana di vita appare come una finestra critica per la programmazione nutrizionale nei figli di madri diabetiche allattati al seno. “ questa scoperta pone un dilemma alle madri diabetiche” commentano i ricercatori. In effetti su una popolazione generale, l’allattamento al seno ha dimostrato numerosi effetti benefici, ed è considerato il modo migliore, per una madre che gode di una buona salute, di nutrire il suo bambino. \" Questo studio sottolinea l’urgenza di determinare i vantaggi a lungo termine dell’allattamento al seno per i bambini nati da madri diabetiche, ma anche di valutarne gli eventuali rischi” (Diabetes Care, Giugno 2005 ; vol. 28 : p. 1457-1462) | |
fattori infantili non sono così importanti come si pensava | |
Uno studio pubblicato sulla rivista \"Diabetes/Metabolism, Research and Reviews\", che sembra contraddire ipotesi precedenti, sostiene che lo stile di vita che si conduce da adulti ha molta più influenza sulle probabilità di sviluppare il diabete rispetto alle esperienze giovanili. Un team di ricercatori dell\'Università di Newcastle upon Tyne ha studiato un campione di 412 uomini e donne, scoprendo che gli adulti più grassi avevano più probabilità di esibire una maggior resistenza all\'insulina, un marcatore del rischio di diabete di tipo 2. I fattori infantili, come il peso alla nascita o la nutrizione, avevano invece un impatto limitato, nonostante in precedenza si ritenesse fossero più significativi. I ricercatori hanno misurato la percentuale di grassi corporei dei partecipanti allo studio e altri elementi caratteristici del loro stile di vita. Secondo Mark Pearce, direttore della ricerca, la promozione di uno stile di vita più sano potrebbe ridurre la resistenza all\'insulina. \"Studi precedenti - spiega - avevano suggerito che i rischi di diabete fossero legati a una debole crescita fetale o nei primi anni di vita, mentre noi abbiamo scoperto che l\'influenza maggiore è dovuta al comportamento in età adulta\". Tratto da Le scienze | |
Italia. Scienziati per si\' al referendum e scienziati in sciopero della fame | |
Andranno a votare al referendum del 12 giugno e lo faranno con 4 \"si\"\', per ribadire, in primo luogo, la liberta\' di ricerca nel nostro Paese. Sono il gruppo di scienziati, docenti universitari e ricercatori che hanno sottoscritto il \"Manifesto dei 100\" e che aderiscono al \"comitato scientifico ricerca e salute\" che il 18 maggio, hanno pubblicamente spiegato le loro ragioni: \"si\' alla vita e alla liberta\' di ricerca, ai diritti e alle speranze dei malati, delle coppie sterili e con malattie genetiche e alla laicita\' dello Stato\". Tra i primi firmatari: il premio Nobel Rita Levi Montalcini, l\'astronoma Margherita Hack, il direttore scientifico dell\'Istituto di Europeo di Oncologia di Milano Umberto Veronesi. E ancora Carlo Flamigni, Renato Dulbecco, Giulio Cossu, Lucio Luzzato, Alberto Mantovani. Il manifesto, spiega Marco Cappato, esponente di Radicali Italiani e segretario dell\'Associazione Luca Coscioni, e\' aperto ad altre \"sottoscrizioni\".\"Piu\' di ogni altra volta, il referendum riguarda una scelta culturale\", sottolinea Michele Mirabella, moderatore della conferenza stampa degli scienziati. \"Non ha senso la diatriba sulla opportunita\' di usare le cellule staminali embrionali o quelle adulte per la ricerca -sostiene Giulio Cossu, ordinario di Istologia ed Embriologia all\'Universita\' La Sapienza di Roma- Bisogna studiarle tutte\". Perche\', spiega Elena Cattaneo, direttrice del Laboratorio di Biologia dell\'Universita\' degli studi di Milano che da \"15 anni\" svolge la ricerca sulle cellule staminali embrionali, \"bisogna usare tutte le armi possibili per estirpare informazioni sulle malattie, su possibili farmaci. Non siamo sicuri che la ricerca ci portera\' a qualcosa di definitivo -ammette la ricercatrice- ma dobbiamo provarci\". Passano pochi giorni e i ricercatori iniziano uno sciopero della fame, per chiedere iniziative immediate contro la \"mancata informazione\" sui referendum dei prossimi 12 e 13 giugno. E\' la forma di protesta che adottano, dalla mezzanotte del 23 maggio, dieci ricercatori (ma il numero e\' in continua crescita), scienziati e accademici italiani, che hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, al premier Silvio Berlusconi, ai presidenti di Camera e Senato, ai presidenti delle commissioni di Vigilanza Rai e dell\'Authority per le telecomunicazioni, Claudio Petruccioli e Corrado Calabro\', al direttore generale della Rai Flavio Cattaneo e al presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Una richiesta di intervento per \"restituire ai cittadini italiani\" la possibilita\' di esercitare \"il diritto politico\". \"Chiediamo -scrivono i professori- che siano immaginate ed immediatamente inverate le misure compensative indispensabili per evitare di accettare a priori che il risultato referendario sia fondato su una gara falsata, antidemocratica\". I professori auspicano - e suggeriscono - che scattino le sanzioni delle autorita\' di controllo, che ci siano interventi normativi, che il capo dello Stato invii messaggi alle Camere. I Radicali si associano all\'iniziativa, e Marco Pannella paragona i firmatari della lettera ai dodici professori universitari che si rifiutarono di giurare al regime fascista. Primi firmatari della lettera Gilberto Corbellini (ordinario di Storia della medicina a Roma), Luigi Montevecchi (medico), Demetrio Neri (Ordinario di Bioetica a Messina, membro del Comitato nazionale per la bioetica), Maurizio Mori (membro del Direttivo della International association of bioethics), Adolfo Allegra (direttore del Centro Andros, Palermo), Anna Pia Ferraretti (ginecologa, componente del Direttivo della Societa\' europea per la riproduzione e la sterilita\'), Luca Gianaroli (direttore scientifico della Societa\' italiana studi di medicina della riproduzione), Claudio Giorlandino (direttore Centro Artemisia), Marcello Crivellini (professore di organizzazione sanitaria a Milano), Fabrizio Starace (direttore area sociosanitaria ASL Caserta 2, docente di Epidemiologia comportamentale a Napoli). \"La ricerca sulle cellule staminali e\' necessaria e sta gia\' avvenendo in varie parti del mondo, e sarebbe infantile e inutile cercare di negarla\". Lo ha detto il professor Pier Paolo Pandolfi, oncologo e direttore del laboratorio di biologia molecolare e dello sviluppo del Memorial Sloan Kettering cancer center di New York in merito ai quattro referendum sulla procreazione assistita del prossimo giugno. \"E\' giusto porre dei limiti morali ma questi vanno tenuti assolutamente distinti dagli aspetti scientifici del problema. Al di la\' del merito dei quesiti referendari, se una cosa avviene e\' meglio regolamentarla che negarla, e la ricerca su embrioni e cellule staminali e\' gia\' avviata nel mondo. Non e\' possibile mettere la testa sotto la sabbia\". Anche Luca Coscioni ha deciso di aggiungersi all\'iniziativa e lo spiega in una lettera indirizzata a Pannella. “Caro Marco, mi scrivi che “qualsiasi comportamento non puo\' esser sufficiente, soprattutto per noi, a permetterci anche un solo giorno di scontatezza”. I miei giorni a volte, sembrano scontati, scontati e contati per la e dalla sclerosi laterale amiotrofica. Ma il mio ragionare ed il mio dialogare non lo sono. Essi sono in grado di andare oltre la scontatezza del quotidiano e mi faccio portare di volta in volta, un po’ piu\' vicino a te, a voi, alla mia storia, alla vostra Storia. Sai, questo anno festeggio 10 anni di forzata convivenza con la malattia. Il mio corpo non potra\' da essa separarsi e liberarsi. Ma questo discernimento mi serve in questo momento per dare concretezza alla mia intenzione di agire in modo non violento a questa stagione della storia che mi tocca da vicino. E’ una scelta maturata in questo ore e non all’improvviso. Mi nutro di una unica fonte di nutrimento, mi nutre una nutripompa tutta la notte e ingerisco circa 1400 kcal. Ridurro\' a partire dalla sera del 26 maggio per due giorni, di un quarto il mio apporto nutrizionale, ingerendo 1050 kcal del mio fabbisogno giornaliero. Un Abbraccio, Luca”. Informazioni aggiornate sull\'iniziativa su questa pagina Internet: http://www.lucacoscioni.it/node/4350 Tratto da ADUC | |
Diabete e pre-diabete nelle persone sovrappeso: nuove linee guida nutrizionali | |
Il Joslin Diabetes Center, uno dei maggiori centri diabetologici del mondo, ha pubblicato le nuove linee guida per l\'alimentazione e l\'attività fisica nelle persone sovrappeso o diabetiche con diabete o pre-diabete. Almeno 20-35 grammi di fibre al giorno, 40% di carboidrati, 20-30% di proteine (in assenza di malattia renale) e 30-35% di grassi (prevalentemente mono/polinsaturi). Inoltre, 60-90 minuti di attività fisica a moderata intensità per la maggior parte dei giorni della settimana (>150-175 minuti/settimana). Le principali novità di questo documento sono rappresentate dal fatto che viene riconosciuta, almeno dal punto di vista della prevenzione, la maggiore efficacia e sostenibilità degli interventi sullo stile di vita rispetto al trattamento farmacologico. Inoltre, l\'andamento epidemico dell\'obesità spinge a considerare sovrappeso, pre-diabete e diabete come un\'unica condizione patologica su cui concentrare gli interventi di politica sanitaria. http://joslin.org/news/nutritionarticle.shtml Fonte: Joslin Diabetes Center, April 6, 2005 - BOSTON, USA Tratto da Newsletter Modus on-line | |
Il trapianto del pancreas migliora la nefropatia diabetica nei pazienti con diabete di tipo 1 | |
Il trapianto di solo pancreas può essere efficace nel migliorare in modo significativo la qualità di vita dei pazienti affetti da diabete di tipo 1, e può anche eliminare le complicanze acute del diabete, come gli episodi di ipoglicemia e/o di iperglicemia. Ricercatori dell’Università di Pisa hanno valutato se il ripristino della normoglicemia di lunga durata mediante il trapianto di solo pancreas potesse avere un effetto benefico sulla nefropatia diabetica. Un totale di 32 pazienti con diabete di tipo 1 sono stati analizzati prima ed 1 anno dopo il trapianto. Il trapianto di solo pancreas ha ripristinato una normoglicemia di lunga durata, senza ricorrere alla somministrazione di Insulina esogena, ed ha migliorato i livelli lipidici plasmatici. La pressione sanguigna è diminuita notevolmente. La concentrazione e la clearance di creatinina non hanno subito variazioni tra prima e dopo il trapianto. L’escrezione proteica urinaria è diminuita significativamente dopo trapianto del solo pancreas, con 4 pazienti microalbuminurici e 3 macroalbuminurici che sono diventati normoalbuminurici. Nessuno di questi cambiamenti è avvenuto nel gruppo dei diabetici non trapiantati. Il trapianto del solo pancreas, attraverso il ripristino di una normoglicemia di lunga durata, ha migliorato la nefropatia diabetica nei pazienti affetti da diabete di tipo 1. ( Xagena_2005 ) Coppelli A et al, Diabetes Care 2005 ; 28 : 1366-1370 | |
Un antibiotico può prevenire la perdita della visione associata al diabete | |
La Minociclina, un comune antibiotico impiegato nel trattamento dell’acne potrebbe rallentare o prevenire la perdita della visione, associata al diabete. Ricercatori del Penn State College of Medicine hanno trovato che topi trattati con l’antibiotico hanno un minor danno alla retina indotto dal diabete. Se ulteriori studi dovessero confermare la scoperta, si potrà disporre di un nuovo approccio per la prevenzione della retinopatia diabetica, una complicanza del diabete che può portare a cecità. Precedenti studi avevano mostrato che il diabete è associato ad un aumento delle proteine infiammatorie, le citochine. Gli alti livelli di citochine attivano la microglia, che produce neurotossine in grado di danneggiare le cellule nervose. La morte neuronale causa la progressiva perdita della visione, caratteristica della retinopatia diabetica. La Minociclina riduce la neuroinfiammazione causata dalle citochine, riducendo in tal modo la produzione di neurotossine, prevenendo la morte delle cellule nervose. Fonte: Diabetes, 2005 | |
Un microchip potrebbe sorvegliare a distanza i pazienti cardiaci o diabetici. | |
OTTAWA, 31 Maggio- La società canadese Zarlink Semiconductor ha presentato ha presentato un microchip destinato agli impianti integrati al corpo umano e che dovrebbe permettere ai medici di sorvegliare a distanza i pazienti muniti di stimolatori cardiaci o di controllare la dose di insulina nei diabetici. Questo chip è il primo al mondo ad essere stato concepito specificatamente per queste speciali apparecchiature di monitoraggio, e permetterebbe di comunicare delle informazioni al personale medico, senza filo, via un ponte radio situato nel raggio di due metri e collegato ad internet, afferma il gruppo canadese. « il nostro microchip trasmette delle informazioni circa dieci volte più velocemente rispetto ai prodotti della concorrenza, consumando il 20% in meno di energia, oltre ad aprire la via ad altri sistemi di impianti nel corpo » Quando il microchip non trasmette, ne riceve informazioni, si mette automaticamente in stand-by. Questa gestione dell’energia permette così ai fabbricanti di accrescere l’autonomia del loro prodotto. Questa tecnologia può essere inserita nei stimolatori cardiaci ma può anche permettere di controllare senza fili e a distanza l’insulina dei pazienti affetti da diabete, o ancora stimolare i muscoli. Se un problema viene rilevato, lo stimolatore può essere corretto a distanza dall’ospedale, e senza nessun intervento fisico, grazie a questo collegamento senza fili. tratto da apm | |
La depressione aumenta il rischio di ricoveri in strutture ospedaliere nei giovani diabetici | |
Gli adolescenti diabetici di tipo I colpiti da una forte depressione presentano un rischio maggiore di essere ricoverati per complicazioni dovute al diabete, secondo uno studio americano. Inoltre, è stato dimostrato che gli adolescenti diabetici sono più soggetti alla depressione. Da qui, l’importanza per i medici come per i pazienti di imparare a riconoscere i sintomi del male oscuro. Il dott Sunita M. Stewart, dell’università del Texas ed i suoi colleghi hanno esaminato il valore predittivo dei sintomi della depressione su 231 adolescenti e sul rischio di un loro ricovero per complicazioni legate al diabete di tipo I. Ne è risultato, che l’11 % di loro sono stati ricoverati almeno una volta durante l’anno dedicato a questo studio. Gli adolescenti che presentano punteggi di depressione più elevati hanno un rischio di due volte superiore rispetto agli adolescenti con un punteggio minore, di essere ospedalizzati per complicanze legate alla loro patologia. Da questo studio si evince dunque l ‘ importanza di aiutare questi adolescenti avendo cura allo stesso modo sia della loro salute mentale che fisica, concludono gli autori. Tratto da Pediatrics, Maggio 2005 ( vol. 115 : p. 1315-1319) | |
Medicina: trovata causa scatenante del diabete giovanile | |
E\' la stessa insulina a scatenare la malattia (ANSA)-ROMA,12 MAG-Trovata la causa scatenante del diabete giovanile: e\' lo stesso ormone insulina a scatenare la risposta auto-immunitaria alla base della malattia. A dare la notizia e\' la rivista Nature, con due ricerche americane condotte indipendentemente. La scoperta rappresenta un passo avanti nella comprensione dei meccanismi biologici della malattia e apre la strada a nuove possibilita\' preventive e terapeutiche. Il diabete giovanile, che colpisce negli Usa un giovane ogni 400-500, e\' una malattia autoimmune. | |
diabetici trascurano il pericolo-colesterolo | |
Tutti devono tenere sotto controllo il colesterolo LDL-C, ossia il colesterolo \"cattivo\", per evitare le patologie cardiovascolari, ma le persone che soffrono di diabete, oltre 2 milioni in Italia, devono stare ancora più in guardia. Gli ammalati di diabete corrono un rischio ancora più elevato se hanno anche una dislipidemia, con livelli di colesterolo elevati e non controllati adeguatamente: la terapia resta un aspetto da non sottovalutare, necessario per ridurre il rischio dei pazienti diabetici e dislipidemici. Questo quanto emerso durante il Congresso AMD (Associazione Medici Diabetologi) e sottolineato da un autorevole gruppo di esperti: Marco Comaschi (Presidente del Congresso AMD), Antonio Ceriello (Docente di Facoltà di Medicina dell’Università di Udine) e Alberto Zambon (Ricercatore Universitario presso l’Università di Padova). “Un rischio altamente sottostimato è una realtà registrata dal più vasto studio epidemiologico condotto sul colesterolo e sullo stato delle cure anti-colesterolo in Italia, lo Studio EASY- Diabetologia, che ha coinvolto oltre 6.500 pazienti in 109 ambulatori specialistici di diabetologia”, sottolinea Marco Comaschi. Dei 2 milioni di diabetici italiani, quasi metà ha anche alti livelli di colesterolo totale e di colesterolo LDL. In altre parole, alti livelli di colesterolo “cattivo”, bassi livelli di colesterolo “buono” (quello HDL) e alti tassi di trigliceridi sono presenti due volte di più nei diabetici che nella popolazione generale. Eppure il 37 per cento dei diabetici con problemi di colesterolo non si cura e, tra quelli che vengono trattati con dieta e farmaci, il 73 per cento non è adeguatamente trattato farmacologicamente, e non raggiunge gli obiettivi terapeutici individuati dalle linee guida internazionali. Secondo queste ultime infatti chi soffre di diabete deve tenere i livelli ematici di LDL-C entro i 100 mg/dL, ancora più bassi rispetto a chi non ha questa malattia. “La diminuzione dei livelli di colesterolo LDL nel sangue è uno degli strumenti principali per evitare o ridurre il rischio cardiovascolare. Per questo, tale diminuzione è un importantissimo obiettivo terapeutico. Ogni riduzione del 30 per cento del colesterolo LDL riduce il rischio di malattia coronaria del 30 per cento”, spiega Ceriello. Le statine sono una classe di farmaci che ha dimostrato di poter ridurre il rischio cardiovascolare grazie alla diminuzione dei livelli di colesterolo LDL. “Studi internazionali mostrano che una particolare statina, la rosuvastatina, è capace di determinare una riduzione marcata dei livelli di LDL-C che associata ad un effetto positivo sul colesterolo HDL garantisce una protezione maggiore dalle complicazioni cardiovascolari del diabete”, conferma Zambon. La rosuvastatina migliora il profilo lipidico in misura più favorevole di quanto non si possa ottenere con altre statine e permette a più ammalati di raggiungere gli obiettivi terapeutici relativi ai livelli ematici di colesterolo LDL. Inoltre, la rosuvastatina permette di aumentare in modo significativo i livelli di colesterolo HDL, il colesterolo “buono”, contribuendo così a diminuire ulteriormente il rischio cardiovascolare. In particolare lo studio Andromeda ha dimostrato che già al dosaggio iniziale in sole 8 settimane il 94 per cento dei pazienti diabetici e dislipdemici in terapia con rosuvastatina raggiungono gli obiettivi terapeutici consigliati dalle Linee Guida per LDL-C. Il target terapeutico raggiunto grazie alla rosuvastatina garantisce un’azione efficace sul profilo lipidico globale del paziente e ciò, come confermato dalle linee guida internazionali, permette un maggior beneficio in termini di eventi cardiovascolari evitati. Fonte: Studio EASY-Diabetologia, XV Congresso nazionale AMD, 2005. | |
BIOETICA | |
Rivoluzione geniale Intervenire sui geni delle cellule staminali per ottenere organi da trapiantare. Senza distruggere embrioni. Una svolta. La svela il suo scopritore Tratto dall\' Espresso Le cellule staminali sono senza dubbio la nuova frontiere della medicina. Ma si portano dietro un dilemma etico di difficile soluzione che ostacola il lavoro dei ricercatori: il fatto che manipolare queste cellule pluripotenti dell\'embrione, capaci di generare tutti i 220 diversi tipi di cellule del corpo umano, implica la distruzione degli embrioni stessi. Da oggi, però, questo ostacolo potrebbe non esserci più. Grazie a una scoperta di due ricercatori che per la prima volta sono riusciti a modificare uno specifico gene in cellule staminali umane. Questo nuovo metodo di \"gene targeting\" (cioè tiro al bersaglio sul gene) è, a detta dei suoi autori, cento volte più efficiente di quelli tentati finora, ed è di importanza fondamentale in tutte le applicazioni terapeutiche delle cellule staminali. La scoperta porta il nome di James Thomson, lo scienziato passato alla storia nel 1998 per essere riuscito per primo a coltivare cellule staminali estratte da embrioni umani, e Thomas Zwaka, un medico tedesco dell\'Università di Ulm che lavora proprio nel mitico laboratorio di Thompson all\'Università del Wisconsin. Qui prosperano e vengono studiate cinque linee di cellule staminali umane che esistono dall\'inizio del 2001: e per questo il laboratorio continua a ricevere finanziamenti dal governo, evitando il bando a questi fondi deciso da Bush per motivi etici nell\'agosto 2001. Abbiamo chiesto a Thomas Zwaka di spiegarci la sua rivoluzione. Dottor Zwaka, in che cosa consiste la scoperta? «Con la tecnica del gene targeting siamo riusciti a trattare le staminali umane nel modo più delicato possibile, e abbiamo avuto successo. In termini semplificati, prima creiamo con tecniche di ricombinazione e clonazione pezzetti di Dna con la stessa sequenza del gene che vogliamo modificare. Poi introduciamo in essi la mutazione, cancellando qualche informazione genetica, cambiandola, e a volte anche introducendo un segno caratteristico che poi ci permetterà di riconoscere le cellule così marcate. Una volta ottenute le nuove sequenze modificate di Dna, le introduciamo nelle cellule staminali con uno shock elettrico che rende temporaneamente porosa e quindi permeabile la membrana esterna della cellula. Dato che la nuova sequenza di Dna è quasi uguale a quella presente nel nucleo - è questo il trucco - la cellula talvolta fa un errore e si ricombina con essa, integrandola nel proprio genoma al posto giusto. Questi errori, tuttavia, sono comunque rari, perciò dobbiamo effettuare l\'operazione su grandi quantità di cellule staminali, poi usare mezzi di selezione per individuare quelle in cui la ricombinazione è avvenuta e separarle dalle altre. Infine le lasciamo crescere e moltiplicare in coltura». Quali sono le applicazioni di questa tecnica? «Con il gene targeting pensiamo di poter creare linee di staminali donatrici universali da utilizzare nei trapianti senza rischio di rigetto. Il sistema immunitario di un paziente può infatti attaccare e distruggere le cellule staminali così come qualsiasi altro organo trapiantato. Ma alcuni studi indicano la possibilità di modificare geneticamente nelle cellule staminali umane i fattori che determinano la compatibilità cellulare, per diminuire il loro livello di espressione, oppure addirittura per sostituirli con i fattori caratteristici del paziente, il cui organismo quindi accetterebbe le nuove cellule come proprie». Allora non ci sarà più bisogno di ricorrere alla clonazione terapeutica? «Certo, modificando i fattori di compatibilità cellulare si possono aggirare gli ostacoli etici della clonazione terapeutica. D\'altra parte, se l\'impiego della clonazione terapeutica diventasse accettabile, il gene targeting ci permetterebbe di renderla molto più efficace. Dato che molte malattie hanno una base genetica, non ha senso reinserire nel paziente cellule staminali portatrici della medesima mutazione che in primo luogo ha causato la malattia: quel gene potrebbe invece essere corretto nelle cellule staminali estratte dall\'embrione clonato, prima di trapiantarle nell\'uomo». Prima o poi i problemi etici sorgono comunque? «La chiave di tutto è capire quali sono i segreti che rendono così speciali le cellule staminali dell\'embrione: perché riescono a differenziarsi in tutti i tipi di tessuti, quali geni si esprimono in esse e sono responsabili della loro plasticità, quali proteine o lipidi influenzano il loro stato di pluripotenza. Adesso che possiamo studiarle meglio, forse riusciremo a riprogrammare il nucleo delle cellule staminali dell\'adulto rendendole plastiche e pluripotenti come quelle dell\'embrione. Così non ci sarà più bisogno di usare cellule estratte da embrioni umani, di crearli o di distruggerli». Qual è il prossimo passo della vostra ricerca? «Fino ad oggi si sono usate le tecniche di gene targeting per trapiantare cellule staminali animali dal Dna modificato in un embrione della stessa specie. Da questo embrione si può sviluppare un animale, per esempio un topo, o un maiale, il cui patrimonio genetico è un misto, proveniente in parte dalle cellule staminali originali e in parte da quelle trapiantate. Quando questi animali si riproducono, i nuovi nati sono i cosiddetti modelli \"knock out\" o \"knock in\", che vengono usati per studiare la genetica di un gran numero di malattie. Ad esempio, di recente all\'università di Ulm, ho partecipato a esperimenti su un topo in cui abbiamo cancellato un gene che crediamo coinvolto nello sviluppo dell\'arteriosclerosi: se gli studi lo confermeranno, potrebbe trattarsi della scoperta di un fattore di rischio completamente nuovo delle malattie cardiovascolari. Ricerche come queste hanno però un limite: non tutte le malattie con base genetica si manifestano allo stesso modo nell\'uomo e nell\'animale. Adesso invece possiamo studiare queste patologie modificando nelle cellule staminali umane proprio quei geni che pensiamo siano coinvolti». Pensate di trapiantare staminali geneticamente modificate in embrioni umani? «No di certo, non possiamo né vogliamo farlo! Anche se possibili, questi esperimenti nell\'uomo sono ancora lontani. E pongono problemi etici che la società deve risolvere prima che possano di fatto avere luogo. Se, in teoria, in questo modo si potrebbero correggere le malattie genetiche nell\'embrione, eliminando da quell\'individuo e dai suoi discendenti i geni che causano malattie, come ad esempio il morbo di Huntington, così si potrebbero anche cambiare e determinare altre caratteristiche genetiche, come l\'intelligenza o il carattere. Questa possibilità apre una finestra sui risvolti oscuri, che potrebbero essere definiti eugenetici, degli esperimenti di gene targeting. Risvolti oscuri che si contrappongono ai potenziali, enormi benefici di questa tecnica. Starà alla società decidere quali esperimenti potranno avvenire e porre limiti molto precisi. In compenso, gli studi che stiamo effettuando in provetta su cellule staminali umane modificate hanno già molte applicazioni utili». Ce le può spiegare? «Se vogliamo curare una malattia con il trapianto di cellule staminali, dobbiamo utilizzare cellule che hanno già iniziato a formare il tipo di tessuto di cui il paziente ha bisogno, ma in una fase di differenziazione molto iniziale, prima che perdano la loro capacità plastica di integrarsi in un nuovo ambiente e di proliferare. Non è però facile individuare al momento giusto e selezionare le staminali in base alla loro destinazione, e questo è uno dei principali ostacoli alla messa a punto delle nuove terapie. I nostri esperimenti si stanno perciò concentrando su metodi per introdurre nelle staminali un marcatore genetico specifico di un determinato tessuto. Così, ad esempio, speriamo di riuscire a identificare immediatamente le cellule staminali che daranno origine ai neuroni produttori di dopamina (per la cura del Parkinson), oppure alle cellule pancreatiche (per la cura del diabete mellito), o alle cellule cardiache». | |
Diabete: solo il 27% dei malati gravi viene curato adeguatamente | |
18/05/2005 - 17:15 Solo il 27 % dei pazienti affetti gravemente da diabete viene curato in modo ottimale. Questo il risultato di una ricerca presentata oggi al XV Congresso Nazionale dell\'Associazione Medici Diabetologi (AMD), che si sta svolgendo in questi giorni a Genova. \"L\'indagine, detta Studio Easy, ha analizzato un campione di oltre 15 mila pazienti che si sono presentati in 109 ambulatori di medicina interna, diabetologia e cardiologia in diverse regioni italiane - ha spiegato il docente di Medicina interna dell\'Università di Udine, Antonio Ceriello - Di quel totale i diabetici erano quasi settemila. Tra i pazienti ad alto rischio abbiamo visto che, pur sottoposti a cure, solo il 27 per cento raggiunge il target ottimale per il controllo cardiovascolare\". Le cause, come ha precisato il presidente del congresso, Marco Comaschi, vanno ricercate in diversi fattori: \"spesso le linee guida non vengono implementate, ci vuole più formazione del personale sanitario ed molto dipende da quanto il paziente segue le cure prescritte\". C\'è da dire però che le terapie che mirano a un trattamento corretto sono in continua evoluzione: \"Sino a pochi anni fa, le cure si concentravano sul colesterolo cattivo (LDL) - ha aggiunto il ricercatore dell\'Università di Padova, specialista di metabolismo epidermico, Alberto Zambon - mentre recentemente si è capito che vanno tenuti a bada anche i livelli dei trigliceridi e va stimolato il cosiddetto colesterolo buono (detto in linguaggio scientifico HDL). I farmaci, in avanzata fase di ricerca e non ancora in commercio, vanno proprio in questa direzione\". Secondo alcuni studi farmacologici \"le medicine di nuova generazione, dette stamine, incidono proprio sui trigliceridi, sulle infiammazioni provocate dalle LDL e sono efficaci sull\'HDL - ha detto Zambon - riducendo l\'infiammazione vascolare\". Comaschi ha concluso ricordando che comunque non si può faqre affidamento solo sui farmaci, ma \"serve anche un stile di vita non sedentario e un\'alimentazione ricca di frutta e verdura, insomma la dieta mediterranea è l\' ideale\". Attualmente in Italia sono due milioni le persone affette da diabete che saliranno, secondo i dati dell\'Oms, a 5 milioni nel 2025, anno in cui il numero dei diabetici nel mondo potrebbe raggiungere il mezzo miliardo. Tratto da Help Consumatori 18/05/2005 - 17:15 Solo il 27 % dei pazienti affetti gravemente da diabete viene curato in modo ottimale. Questo il risultato di una ricerca presentata oggi al XV Congresso Nazionale dell\'Associazione Medici Diabetologi (AMD), che si sta svolgendo in questi giorni a Genova. \"L\'indagine, detta Studio Easy, ha analizzato un campione di oltre 15 mila pazienti che si sono presentati in 109 ambulatori di medicina interna, diabetologia e cardiologia in diverse regioni italiane - ha spiegato il docente di Medicina interna dell\'Università di Udine, Antonio Ceriello - Di quel totale i diabetici erano quasi settemila. Tra i pazienti ad alto rischio abbiamo visto che, pur sottoposti a cure, solo il 27 per cento raggiunge il target ottimale per il controllo cardiovascolare\". Le cause, come ha precisato il presidente del congresso, Marco Comaschi, vanno ricercate in diversi fattori: \"spesso le linee guida non vengono implementate, ci vuole più formazione del personale sanitario ed molto dipende da quanto il paziente segue le cure prescritte\". C\'è da dire però che le terapie che mirano a un trattamento corretto sono in continua evoluzione: \"Sino a pochi anni fa, le cure si concentravano sul colesterolo cattivo (LDL) - ha aggiunto il ricercatore dell\'Università di Padova, specialista di metabolismo epidermico, Alberto Zambon - mentre recentemente si è capito che vanno tenuti a bada anche i livelli dei trigliceridi e va stimolato il cosiddetto colesterolo buono (detto in linguaggio scientifico HDL). I farmaci, in avanzata fase di ricerca e non ancora in commercio, vanno proprio in questa direzione\". Secondo alcuni studi farmacologici \"le medicine di nuova generazione, dette stamine, incidono proprio sui trigliceridi, sulle infiammazioni provocate dalle LDL e sono efficaci sull\'HDL - ha detto Zambon - riducendo l\'infiammazione vascolare\". Comaschi ha concluso ricordando che comunque non si può faqre affidamento solo sui farmaci, ma \"serve anche un stile di vita non sedentario e un\'alimentazione ricca di frutta e verdura, insomma la dieta mediterranea è l\' ideale\". Attualmente in Italia sono due milioni le persone affette da diabete che saliranno, secondo i dati dell\'Oms, a 5 milioni nel 2025, anno in cui il numero dei diabetici nel mondo potrebbe raggiungere il mezzo miliardo. Tratto da Help Consumatori | |
Diabete/ Oms lancia allarme: nel 2025 oltre 5 mln di italiani malati | |
Martedí 17.05.2005 15:02 L\'allarme arriva direttamente dall\'Organizzazione mondiale della sanità (Oms): nel 2025 gli italiani clolpiti dal diabete saranno ben 5 milioni, 3 in più rispetto ai numeri attuali. Si tratterà di 100mila nuovi casi ogni anno, il 30% dei quali resterà inconsapevole, aumentando quindi il rischio di drammatiche complicanze. Nonostante i dati allarmanti il 99,6% degli italiani non ne ha alcun timore, come risulta dall\'indagine Makno BSS (Bilancio Sociale Salute) presentata in anteprima in occasione del Congresso AMD (Associazione dei Medici Diabetologi) che si tiene in questi giorni a Genova. «Gli italiani non sembrano affatto preoccupati non solo del diabete ma delle patologie croniche in generale che, se sottovalutate, sono il preludio di eventi acuti, e in gran parte ciò deriva dal tipo di informazione sulla salute che il cittadino riceve spesso improntata al miracolismo della guarigione», spiega Marco A. Comaschi, presidente del XV Congresso nazionale AMD. «E a proposito di patologie croniche - continua Comaschi - un italiano su quattro dichiara di essere disposto a conviverci, una grande soddisfazione per noi medici, dal momento che solo se il paziente è corresponsabile della cura si possono ottenere buoni risultati». Dall\'indagine Makno, svolta su un campione rappresentativo di mille individui, risulta che il principale timore relativo alla salute è il tumore (per le donne in particolare) seguito dall\'infarto (soprattutto per gli uomini). Il diabete, nonostante non faccia paura, viene percepito come una delle malattie croniche più gravi (al terzo posto alla pari con l\'osteoporosi). La percezione di gravità del diabete è superiore alla media tra le persone dai 44 ai 64 anni, tra gli impiegati e i pensionati. Nonostante la soddisfazione per alcuni cardini del sistema sanitario, primo fra tutti il medico di medicina generale (voto di soddisfazione 7,4), il giudizio complessivo per il nostro Sistema sanitario espresso dagli italiani è sotto la sufficienza, con una media di voto di 5,5 (ma raggiunge il 6, ad esempio, tra gli impiegati e lo supera tra gli anziani). Per quanto riguarda il diabete, la situazione italiana ha conosciuto numerosi progressi anche grazie all\'impegno sul territorio dell\'AMD. «L\'obiettivo principale dell\'Associazione oggi come 30 anni fa è sempre stato quello di promuovere la diffusione su tutto il territorio nazionale di strutture idonee alla prevenzione, diagnosi e cura del diabete mellito - ha dichiarato Giacomo Vespasiani, Past President dell\'Associazione - In Italia esiste oggi un Network di servizi diabetologici invidiabile per capillarità di diffusione e organizzazione. Circa il 40% dei pazienti trattati dal Network raggiungono il target del controllo metabolico contro, ad esempio, meno del 20% degli Stati Uniti». «In Italia, come in altri paesi, si avverte la necessità di un cambiamento del modello di assistenza per il diabete», ha aggiunto Umberto Valentini, neo Presidente AMD. La necessità di migliorare l\'efficacia clinica, coniugata con quella di ottimizzare le risorse attraverso l\'integrazione tra le diverse competenze professionali, ha fatto nascere il Disease Management. Nel corso del XV Congresso dell\'AMD sarà dato ampio spazio alle novità non solo in terapia ma anche in prevenzione. «Saranno presentati risultati molto positivi di studi su composti che potranno essere utilizzati in un futuro non molto lontano», ha spiegato Antonio Ceriello, direttore del Centro di malattie metaboliche dell\'Università di Udine. Tra questi, già a partire del prossimo anno, potrebbero essere disponibili il primo farmaco potenzialmente curativo della nuova classe degli incretino-mimetici, ottenuto da Gila Monster, una gigantesca lucertola degli Stati Uniti, e approvato in questi giorni dall\'FDA, e l\'insulina inalatoria (o polmonare) che potrebbe far scomparire le iniezioni dalla vita di molti diabetici. Per dimostrare, infine, che il diabete se ben controllato non preclude alcuna attività, nemmeno la più estrema, approderanno nel bel mezzo dei Magazzini del Cotone, la sede del Congresso AMD, i Dolci Marinai, un equipaggio composto da 9 pazienti diabetici dipendenti da insulina che controllano perfettamente la loro glicemia, anche in mare, grazie a degli ultratecnologici micro-infusori di insulina. | |
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Il rischio di aborto è più elevato nella madre quando la sua glicemia è molto bassa o molto elevata , che sia diabetica o No. Il numero di aborti spontanei nel corso dei primi tre mesi di gravidanza è più elevato in donne con un tasso di glicemia anomalo, che esso sia alto o basso, secondo uno studio americano. Nonostante tutto, sembra che, nel caso una madre sia affetta da diabete, e cioè da un’iperglicemia cronica, un meccanismo di adattamento permetta di proteggere il feto fino a dei valori di glicemia più elevati. In effetti, il rischio di aborto per le donne diabetiche aumenta solo in casi di valori molto elevati della glicemia rispetto a donne non diabetiche. Per dimostralo, l’équipe di Lois Jovanovic della Sansum Research Foundation a santa Barbara ( USA) ha seguito le gravidanze di oltre 4000 donne diabetiche e 400 non diabetiche. Hanno misurato il valore delle proteine glicate e della fruttosamina nel plasma sanguigno, esami che riflettono la media della glicemia su due o tre settimane. Nei due gruppi di donne la differenza dei numeri di aborti non è rilevante: 12 % nelle donne diabetiche e 13 % nelle non diabetiche. RISCHIO MOLTIPLICATO PER TRE IN CASO DI VALORI ESTREMI. Se si classificano le donne diabetiche in sei gruppi a secondo della loro glicemia, l’aborto risulta più elevato nel gruppo delle donne con il valore più alto ( 24%), e nei valori più bassi (33%) confronto effettuato con i gruppi intermedi ( 8 -14 %). La tendenza rimane invariata per le donne non diabetiche. Un eccesso di zucchero molto marcato ha un effetto tossico a lungo termine sul feto, come pure un deficit di zuccheri è responsabile di un mancato apporto di energia vitale. UN MECCANISMO DI PROTEZIONE IN CASO DI DIABETE In caso di diabete il livello di iperglicemia tollerata prima di raggiungere la soglia di vulnerabilità del feto è superiore a quello rilevato nelle donne sane. Nelle diabetiche, i valori più alti di proteine glicate sono dunque da due a cinque volte superiori ai valori più alti riscontrati nelle non diabetiche. In pratica, la dose di zucchero nel sangue di una futura mamma diabetica dovrebbe essere davvero altissima per risultare tossica per il feto. Capire attraverso quali meccanismi si genera questa protezione rappresenterebbe un serio approccio nella prevenzione o nella cura di alcune complicanze dovute al diabete. (Diabetes Care, Maggio 2005 ; vol. 28 : p. 1113-1117) | |
Disordini alimentari e diabete | |
Parigi(26 Gennaio APM SALUTE).Nonostante l'importanza di un'alimentazione equilibrata nel trattamento del diabete di tipo 1, i disordini alimentari sono frequenti nelle giovani donne diabetiche e ciò le espone ad un rischio maggiore di complicazioni, secondo uno studio apparso sulla rivista " Diabetes care".esto studio britannico Sono state osservate 87 ragazze diabetiche di tipo 1 e in una fascia di età compresa tra i 12 e 25 anni. Il 15 % di loro ha presentato disturbi dell'alimentazione del tipo anoressia o bulimia, durante i 10 anni di studio. Altre hanno ammesso di vomitare o di fare uso inconsiderato di lassativi per controllare il loro peso. In totale il 25 % delle giovani donne osservate presentavano disturbi del comportamento alimentare. Inoltre più di un terzo delle pazienti hanno ammesso di avere volontariamente omesso di iniettarsi l'insulina, o di diminuire le dosi raccomandate per evitare un incremento di peso favorito da questo ormone. Ed invece di diminuire con l'età, questi problemi diventano più frequenti nella giovane adulta piuttosto che nell'adolescente, secondo il dott. Robert Peveler dell'università di Southampton (UK). I pazienti diabetici devono sorvegliare la loro alimentazione alfine di evitare sia le ipoglicemie, che le iperglicemie, che hanno, si, meno effetti immediati, ma più gravi a lungo termine, quali nefropatie, retinopatie, malattie cardiovascolari, neuropatie. Queste ragazze a volte riescono con il loro comportamento a mantenere talvolta uno stato generale di salute soddisfacente," la deterioramento del loro stato è assai lento e dunque difficile da evidenziare", spiega il dott. Peveler. Ma in realtà queste donne presentano un rischio cinque volte più elevato di sviluppare due o più complicazioni legate al diabete rispetto a chi controlla correttamente la propria alimentazione. In particolare verrebbero coinvolti la retina,i nervi degli arti inferiori, o disfunzioni renali Un cattivo controllo della glicemia potrebbe contribuire ad elevare in modo significativo i fattori di rischio, ma la malnutrizione potrebbe anche giocare un ruolo influente e diretto suggerisce il dott. Pelever(Diabetes Care, Gennaio 2005; vol. 28 : p. 84-88) | |
Malnutrizione Prenatale | |
Una malnutrizione prenatale danneggerebbe in modo definitivo le cellule del pancreas che producono l’insulina, facendo da precursore ad un diabete di tipo 2 nell’età adulta. I ricercatori del Joslin Diabetes Center hanno scoperto il motivo per il quale i bambini che nascono sottopeso presentano un maggior rischio di sviluppare un diabete durante la loro vita. “ Il concetto è che se la madre non mette sufficienti alimenti a disposizione del feto, le cellule pancreatiche del nascituro si programmano in modo anomalo” spiega l’autrice di questo studio, la dott.sa Mary- Elysabeth patti. E l’effetto di solito non appare prima dell’adolescenza o dell’età adulta. “ la malnutrizione può sopragiungere in mille modi. Non è necessariamente legata al fatto che la madre si nutrisca poco o male” precisa” può ad esempio avere luogo per uno sviluppo anomalo della placenta e dei suoi vasi sanguigni, o di una pressione arteriosa troppo alta, che danneggia i vasi. I ricercatori hanno studiato le conseguenze della malnutrizione sui topi: Hanno pertanto nutrito normalmente un gruppo di femmine durante la loro gravidanza e alimentato in modo insufficiente durante la terza settimana di gravidanza un altro gruppo di femmine. I topi nati dalle madri del secondo gruppi presentavano un pese inferiore del 23 % alla nascita rispetto agli altri. I nati sottopeso hanno rapidamente riacquistato il peso e raggiunto la corpulenza dell’altro gruppo. Tutti i topi sono stati nutriti bene dopo la loro nascita.” Si somigliavano e avevano gli stessi comportamenti” commenta la dott.sa Patti. Nessuna differenza era visibile. Mano a mano che crescevano i ricercatori hanno sottoposto i topi al test di rilevazione della glicemia nel sangue. A due mesi di distanza, i risultati erano simili in ambedue i gruppi. A 4 mesi le differenze erano molto più nette, mostrando una glicemia molto più elevata nei topi nati sottopeso. A 6 mesi la loro glicemia toccava i 500mg/dl che corrisponde al diabete in un topo. I ricercatori sono andati dunque a cercare l’origine di un tale fenomeno. Hanno misurato il tasso di insulina, e hanno così scoperto che nei topi sotto alimentati in utero, la secrezione di insulina non variava in funzione della glicemia. Questi hanno una risposta anomala al glucosio” le loro cellule pancreatiche sono programmate per secretare una quantità limitata di insulina qualunque sia il segnale proveniente dalla glicemia” spiega la dott.sa Patti. “ L’anomalia è permanente e non viene corretta neanche al raggiungimento del peso corporeo ottimale. I topi rappresentano un buon modello animale di ciò che avviene nell’uomo. I ricercatori pensano che questa scoperta sia importante: “ i pazienti ed i medici devono prendere coscienza del fatto che una malnutrizione prenatale espone un bambino ad un rischio di diabete irreversibile nel bambino. Sono dunque importanti le cure prenatali. In più di fronte ad un bambino sotto peso alla nascita “ i medici dovrebbero essere più vigili e mettere a punto una strategia di prevenzione del diabete di tipo 2 , che include l’esercizio fisico e il controllo del peso. (Diabetes, marzo2005 ; vol. 54 :p. 702-711) | |
I bambini possono anche misurare la loro glicemia sul palmo della mano. | |
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Gli autocontrolli della glicemia , normalmente effettuate all’estremità dei polpastrelli possono essere fatte anche sul palmo della mano, oppure al di fuori da situazioni di rischio di ipoglicemia all’avambraccio, come lo dimostrano ricercatori francesi. Effettuare autocontrolli della glicemia, si sa è fondamentale per la corretta gestione del diabete, ricordano i ricercatori. Ma alla lunga, pungersi sempre sui polpastrelli finisce per diventare doloroso. Per questo motivo luoghi alternativi vengono ricercati, che possano offrire misurazioni altrettanto soddisfacenti per i pazienti. L’equipe della dott.sa Nadine Lucidarne dell’ospedale Robert Debré a Parigi, ha così proposto a 29 tra bambini e adolescenti diabetici di tipo 1, tra i 5 e i 17 anni, di testare due siti alternative per il prelievo della goccia di sangue: il palmo della mano e l’avambraccio. Durante 8 giorni un gruppo ha misurato la glicemia sul polpastrello e sull’avambraccio e un altro sul polpastrello e sul palmo della mano, tre volte al giorno prima dei pasti e una volta dopo la cena. Poi questi gruppi si sono alternati per altri 8 giorni. Le differenze di misurazioni tra quelle effettuate sul polpastrello e ai siti alternativi si sono rivelate minime, tranne per le misurazioni fatte nell’avambraccio durante i periodi di ipoglicemia( glicemia < o = a 0,6 g/L). Uno studio precedente sull’adulto aveva dimostrato che i valori erano identici sia che il prelievo fosse stato fatto sui polpastrelli che sul palmo della mano ma non tra il palmo e l’avambraccio, ricordano i ricercatori. Dop 16 giorni, il 66 % dei bambini e degli adolescenti hanno espresso una preferenza per i siti alternativi, spiegando che era più semplice effettuare il controllo su zone più ampie, mentre il 44 % hanno preferito evocare l’abitudine per spiegare la loro preferenza sulle dita. Alla fine dello studio, il 75 % di loro hanno stimato i siti alternativi come un grande progresso. “Il palmo della mano e l’avambraccio rappresentano dunque siti alternativi assolutamente affidabili per gli autocontrolli nei bambini diabetici di tipo 1”, concludono gli autori, “ tuttavia, l’autocontrollo all’avambraccio non deve essere effettuato se si sospetta un’ipoglicemia, ne sui pazienti che non riconoscono i segnali d’ipoglicemia. (Diabetes Care, marzo 2005; vol.28 n°3 : p.710-711) | |
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Un farmaco anti-leucemia guarisce donna dal diabete |
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ROMA - Un farmaco utilizzato contro la leucemia si è dimostrato efficace nella cura del diabete. La scoperta, del tutto casuale, è italiana e sarà pubblicata domani sul New England Journal of Medicine. La paziente era stata trattata con il farmaco che ha rivoluzionato la cura di alcune leucemie, il Gleevec. L'osservazione è dei ricercatori dell'Azienda ospedaliero-Universitaria di Verona, Dino Veneri dell'Unità operativa di ematologia diretta da Giovanni Pizzolo, Massimo Franchini del Servizio trasfusionale diretto da Giuseppe Aprili ed Enzo Bonora, ordinario di Endocrinologia dell'università di Verona e responsabile del Servizio di diabetologia dell'Azienda ospedaliera. Quella della donna italiana è una storia funestata da due gravi malattie ma con un lieto fine: la donna infatti era già malata da molti anni di diabete insulino-resistente (o mellito) ed era in trattamento con insulina quando i medici le hanno diagnosticato una leucemia mieloide cronica. Sottoposta alla terapia con il Gleevec (Imatinib) per la cura della leucemia, in pochi mesi non ha più avuto bisogno della terapia insulinica ed ha avuto la regressione del diabete. Ora la paziente mantiene livelli glicemici soddisfacenti solo conseguendo un certo regime alimentare, tanto che una diagnosi di diabete non è più sostenibile. Adesso bisognerà andare a fondo delle basi di questa nuova stupefacente azione del Gleevec, ma dati recenti dimostrano che ci sono meccanismi di controllo comuni che regolano il metabolismo del glucosio, i processi responsabili dell'arterosclerosi e quelli coinvolti nello sviluppo dei tumori. Si può quindi ipotizzare, ha dichiarato Bonora, che farmaci attualmente utilizzati per la cura di tumori come la leucemia mieloide cronica possano trovare applicazione anche per la cura di malattie metaboliche come il diabete e delle patologie cardiovascolari. Adesso, ha concluso l'endocrinologo, c'è il progetto di avviare una ricerca in questo campo, sia in laboratorio su cellule in vitro, sia a livello clinico sui pazienti. (9 marzo 2005) tratto dal quotidiano La Repubblica |
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